Economia sociale, arriva il Piano nazionale. E la tutela dei consumatori dove si colloca?
Il 2 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha esaminato il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale. Un documento che ridisegna il perimetro di un ecosistema da quasi 400 mila organizzazioni e traccia la direzione delle politiche pubbliche per i prossimi dieci anni. Consumerismo No Profit, come ente del Terzo settore iscritto al RUNTS, è dentro quel perimetro. Ma sull’attuazione c’è un punto che riteniamo di dover sollevare.
Il Piano è stato portato in Consiglio dei ministri con un’informativa, non con un decreto del Presidente del Consiglio come inizialmente ipotizzato. È una precisazione che conta: il documento non introduce misure immediatamente operative né nuove agevolazioni fiscali. Definisce una cornice strategica, individua un perimetro di soggetti e indica le direttrici lungo cui dovranno muoversi le politiche pubbliche.
Il Piano dà attuazione alla Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 27 novembre 2023 sullo sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale, che si inserisce a sua volta nel Piano d’azione europeo per l’economia sociale adottato dalla Commissione nel dicembre 2021 con orizzonte 2030.
La tempistica prevista dal documento: durata decennale dall’approvazione, revisione di medio termine dopo cinque anni, monitoraggio verso la Commissione europea nel 2027 e nel 2032.
Il perimetro: chi è dentro
Il primo risultato del Piano è aver ricomposto in un unico ecosistema mondi finora regolati da corpi normativi separati. I tre criteri, mutuati dalla definizione europea, sono:
- il primato delle persone e delle finalità sociali o ambientali rispetto al profitto;
- il reinvestimento della totalità o della maggior parte di utili e avanzi di gestione negli scopi statutari;
- una governance democratica o partecipativa.
Su questa base rientrano nel perimetro gli enti del Terzo settore (comprese le imprese sociali), le cooperative e le mutue, gli enti sportivi dilettantistici, gli enti religiosi civilmente riconosciuti, le fondazioni, incluse quelle di origine bancaria, e il mondo del credito cooperativo.
Le associazioni di promozione sociale iscritte al RUNTS, come Consumerismo, sono a pieno titolo parte di questo insieme.
I numeri
Il Piano riprende i dati Istat riferiti al 2022: 398.612 organizzazioni, 1,53 milioni di addetti di cui 1,51 milioni dipendenti, cui si aggiungono oltre 4,6 milioni di volontari secondo la rilevazione 2021 sulle istituzioni non profit. Nel complesso l’8 per cento delle organizzazioni dell’economia privata italiana.
Sul piano della forma giuridica prevalgono le associazioni (76,9 per cento), mentre le cooperative (13,4 per cento delle entità) restano la principale forma occupazionale con 1,1 milioni di addetti, pari al 72,4 per cento degli occupati del settore.
Lo stesso Piano riconosce un limite di conoscenza: allo stato non è possibile ricostruire un quadro unitario e aggiornato delle dimensioni economiche complessive dell’economia sociale italiana.
I quattro filoni di intervento
Quadro normativo e fiscale. Il punto di partenza è la comfort letter con cui la Direzione generale Concorrenza della Commissione europea ha escluso che le principali previsioni fiscali del Codice del Terzo settore e della disciplina dell’impresa sociale configurino aiuti di Stato. La ragione: questi enti non hanno la disponibilità della ricchezza che producono, essendo obbligati per legge a reinvestire utili e avanzi nell’attività istituzionale o nel patrimonio indivisibile. Da qui il Piano apre a un ripensamento dell’IRAP per gli enti del Terzo settore, oggi differenziata su base regionale, e dei criteri di esenzione IMU per gli immobili usati per attività di interesse generale.
Finanza e risorse. Il nodo è l’accesso al credito, oggi spesso precluso perché i modelli tradizionali di valutazione creditizia non leggono il valore del patrimonio indivisibile e della governance mutualistica. Cinque le linee indicate: rafforzamento della sezione speciale del Fondo di garanzia PMI, valorizzazione dei programmi di garanzia europei, misure a favore dell’investimento nel patrimonio degli enti, affidamento della gestione dei programmi a un soggetto finanziario dedicato, piena attuazione dei titoli di solidarietà. Compare anche l’ipotesi di un rating sociale riconosciuto per legge.
Competenze, ricerca, misurazione d’impatto. Formazione dei dipendenti pubblici, campagne di sensibilizzazione, sostegno alla ricerca statistica, e soprattutto la costruzione di framework condivisi e standard minimi di misurazione e rendicontazione dell’impatto sociale.
Procurement e partenariato pubblico-privato. Strategia nazionale per gli acquisti sostenibili, monitoraggio sull’applicazione delle clausole sociali, incentivo agli affidamenti riservati con l’ipotesi di una percentuale minima di procedure riservate per ciascuna amministrazione, rafforzamento dell’amministrazione condivisa ex artt. 55 e seguenti del Codice del Terzo settore.
Il Piano guarda a chi produce, non a chi riceve
Il perimetro tracciato dal documento è costruito su come un ente è fatto: forma giuridica, destinazione degli utili, assetto della governance. È un criterio corretto, ed è la prima volta che viene applicato in modo unitario a mondi finora separati. Ma è un criterio che descrive l’offerta. Dell’altro lato, quello di chi quei beni e servizi li riceve, il Piano parla poco.
Non è una questione di simmetria formale. Il Piano chiede che i soggetti dell’economia sociale entrino nei servizi di interesse economico generale, negli affidamenti riservati, nelle comunità energetiche, nella gestione collettiva dei dati, nella valorizzazione del patrimonio pubblico. Ogni volta che questo accade, dall’altra parte c’è un cittadino che diventa utente: di un servizio essenziale, di una fornitura di energia, di un alloggio sociale. Ampliare il ruolo pubblico di questi soggetti senza costruire in parallelo un presidio sulla qualità di quel rapporto significa lasciare scoperto proprio il punto in cui il modello si misura.
Non è un caso che, in un documento di oltre quaranta pagine, il termine consumatori non compaia mai: chi riceve i servizi è presente solo come membro o utente delle organizzazioni, mai come parte da tutelare nel rapporto. E, secondo le ricostruzioni pubblicate, le associazioni dei consumatori non figurano tra i soggetti richiamati nel percorso di elaborazione al tavolo tecnico del MEF. È una constatazione sul documento, non un rilievo polemico. La fase che si apre adesso, quella dei provvedimenti attuativi, è esattamente il momento in cui una lacuna del genere si colma.
Cinque cose che chiediamo nella fase attuativa
- Regole di trasparenza nell’adesione alle comunità energetiche. Il Piano valorizza le CER e le cooperative di utenti come strumenti contro la povertà energetica. Chi lavora sul mercato retail dell’energia sa che ogni nuovo canale di adesione porta con sé un rischio speculare: informative incomplete, raccolta di consensi con tecniche aggressive, cittadini che firmano senza capire cosa firmano. Le misure di sostegno alle CER vanno accompagnate da standard minimi di informativa precontrattuale, condizioni di uscita chiare e tracciabilità del consenso.
- Indicatori d’impatto che misurino anche il rapporto con l’utente finale. Il Piano chiede framework condivisi e standard minimi di misurazione e rendicontazione. Un sistema che misuri occupazione generata e coesione territoriale, ma non trasparenza contrattuale, gestione dei reclami e tempi di risposta, misura metà del valore prodotto. La qualità del rapporto con chi riceve il servizio è un indicatore d’impatto, non un adempimento.
- La competenza sulla tutela dei consumatori nei luoghi tecnici. Il comitato di esperti istituito presso il MEF dalla legge di bilancio 2026 (art. 1, comma 281, legge n. 199/2025) avrà funzioni consultive sui provvedimenti in materia. Lo stesso Piano ipotizza, in nota, una futura apertura a esperti indipendenti dell’economia sociale. Chiediamo che tra le competenze rappresentate figuri anche quella di chi presidia il lato della domanda.
- Le cooperative di dati come contrattazione collettiva dei consumatori. Il Piano apre al riconoscimento delle cooperative di dati previste dal Data Governance Act (Regolamento UE 2022/868, art. 2, punto 15): strutture costituite dagli stessi interessati che assistono i propri membri nell’esercizio dei diritti sui dati e negoziano termini e condizioni del trattamento prima che il singolo presti il consenso. È il principio mutualistico applicato a un terreno in cui oggi il cittadino tratta da solo con controparti che hanno tutto il potere contrattuale. Chiediamo che questo riconoscimento non resti sulla carta e che le associazioni dei consumatori possano essere protagoniste nella promozione e organizzazione di questi strumenti per i propri aderenti.
- Un presidio di tutela nei piani d’azione territoriali. Il Piano invita a costruire piani territoriali per l’economia sociale e osservatori locali. Sono le sedi in cui co-programmazione e co-progettazione diventano pratica. Nelle regioni in cui questi strumenti verranno attivati, le associazioni dei consumatori vanno incluse tra gli attori del partenariato, non come portatori di interesse generico ma come soggetti che portano dati sui disservizi reali.
Perché lo diciamo da qui
Consumerismo No Profit APS ETS è un ente del Terzo settore iscritto al RUNTS: siamo dentro il perimetro dell’economia sociale come soggetto. E siamo, allo stesso tempo, un’organizzazione che lavora ogni giorno sul lato opposto, quello di chi il mercato lo subisce, tra reclami, diffide e contributi ai processi di regolazione.
È da questa doppia posizione che intendiamo partecipare alla fase attuativa. Il Piano è una cornice, e le cornici valgono per quello che ci si mette dentro nei mesi successivi.
Il piano è consultabile sul sito del Ministero.