La cultura come cura: la prescrizione sociale è arrivata anche in Italia
Dagli spettacoli per i bambini in Emilia Romagna ai protocolli tra i Ministeri, un modello di salute di prossimità sta prendendo forma. Ma il rischio è che il Sud resti indietro.
Ottanta spettacoli, oltre diciassettemila spettatori, ventotto Comuni coinvolti. Sono i numeri che nel 2024 ha raggiunto in Emilia Romagna “Sciroppo di teatro”, un progetto in cui i pediatri “prescrivono” ai bambini e alle famiglie la partecipazione a spettacoli dal vivo, come si prescriverebbe una terapia. Non è una metafora e non è un caso isolato: è uno degli esempi più concreti di quella che a livello internazionale viene chiamata prescrizione sociale, un modello che sta uscendo dalla fase sperimentale per entrare, anche in Italia, tra gli strumenti riconosciuti delle politiche pubbliche.
Che cosa è la prescrizione sociale
La prescrizione sociale (in inglese social prescribing) è un modello di sanità di comunità che consente ai medici di medicina generale, ai pediatri e agli operatori sanitari di indirizzare le persone verso attività sociali, culturali, sportive e comunitarie, con l’obiettivo di migliorare il benessere psicofisico e di intervenire sui cosiddetti determinanti sociali della salute, cioè su quei fattori non clinici, come la solitudine, l’isolamento o la fragilità economica, che pesano sulla salute delle persone.
Un’immagine efficace, proposta dall’economista della cultura Annalisa Cicerchia, aiuta a capire il meccanismo: l’arte e la cultura possono essere per la salute quello che è già lo sport. Così come un medico consiglia di praticare attività fisica o di mangiare più frutta e verdura, allo stesso modo può orientare la persona verso una visita al museo, un corso, uno spettacolo. Nel percorso classico interviene una figura di raccordo, l’operatore di collegamento (link worker), che costruisce con la persona un piano personalizzato e la mette in contatto con le risorse della comunità.
Da dove nasce: un’evoluzione lunga vent’anni
La prescrizione sociale non è un’invenzione recente. Il modello di riferimento è quello del Regno Unito, dove la pratica è inserita in modo strutturale nel servizio sanitario nazionale dal 2019. A livello internazionale, il riconoscimento più autorevole è arrivato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che nel maggio 2022 ha pubblicato un vero e proprio manuale operativo, il “toolkit” su come attuare la prescrizione sociale, poi tradotto in italiano da una rete guidata dall’Istituto Superiore di Sanità.
Va detto con chiarezza, per evitare fraintendimenti: non esiste una direttiva dell’Unione Europea che imponga la prescrizione sociale. Gli strumenti internazionali hanno natura di indirizzo tecnico e scientifico, non di obbligo giuridico. La loro forza è la legittimazione da parte di organismi sanitari di primo piano, ed è su questa base che il modello si sta diffondendo.
La svolta italiana
Negli ultimi mesi l’Italia ha compiuto due passi che segnano il passaggio dalle sperimentazioni isolate al riconoscimento istituzionale. Si tratta di due binari distinti ma convergenti, che è bene non confondere.
Il primo. Il 29 dicembre 2025 la Conferenza Unificata Stato-Regioni ha approvato il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, il primo dopo quello del 2013. Il Ministero della Salute vi indica esplicitamente la prescrizione sociale tra le progettualità promosse a livello nazionale, accanto ad altri strumenti come il Budget di Salute e l’inclusione lavorativa, in una logica di integrazione tra sanità, welfare e comunità. Le risorse per l’attuazione del Piano derivano dalla Legge di Bilancio 2026 (legge 30 dicembre 2025 n. 199, articolo 1, commi 344-347).
Il secondo. Il 29 aprile 2026, dopo l’approvazione in Conferenza Stato-Regioni, i Ministri della Cultura e della Salute hanno firmato un Protocollo d’Intesa che riconosce formalmente il valore terapeutico della cultura, la cosiddetta prescrizione culturale o “prescrizione dell’arte”. Il Protocollo prevede un comitato scientifico paritetico tra i due Ministeri, studi sull’efficacia delle pratiche, percorsi di formazione per il personale sanitario e culturale, e la rimozione delle barriere di accesso ai luoghi della cultura.
La differenza tra i due atti è semplice: la prescrizione sociale è il contenitore ampio, che include sport, relazioni, volontariato e cultura; la prescrizione culturale è il sottoinsieme che riguarda specificamente arte, musei, teatro e musica, ed è l’oggetto del Protocollo tra i due Ministeri.
I benefici, anche in termini economici
Perché investire in prescrizione sociale? Le evidenze internazionali, e le prime italiane, indicano benefici su più piani, che vanno però presentati con la corretta cautela metodologica: si tratta di risultati promettenti, in parte ancora oggetto di studio, non di certezze definitive.
Riduzione della pressione sui servizi sanitari: secondo uno studio dell’University College London, ripreso dalla stampa specializzata, programmi museali di arteterapia sarebbero stati associati a un calo del 37 per cento delle visite dal medico di base e del 27 per cento dei ricoveri ospedalieri, con un ritorno economico stimato tra quattro e undici sterline per ogni sterlina investita. È un dato che va attribuito espressamente alla fonte e non generalizzato al contesto italiano, ma indica un potenziale di sostenibilità significativo.
Inclusione delle persone fragili: la prescrizione sociale raggiunge fasce di popolazione spesso escluse dai servizi tradizionali. Uno studio italiano pubblicato sulla rivista Frontiers in Medicine nell’ottobre 2024, relativo a un intervento di canto per la depressione perinatale, ha riportato un miglioramento della sintomatologia e ha coinvolto anche donne straniere che difficilmente avrebbero avuto accesso alla psicoterapia tradizionale.
Benessere e prevenzione: intervenendo sulla solitudine e sull’isolamento, riconosciuti come veri e propri fattori di rischio per la salute, il modello agisce sulle cause del malessere e non solo sui sintomi.
Accanto ai numeri, ci sono le esperienze concrete che in Italia già funzionano. Oltre a “Sciroppo di teatro”, si possono citare la rete dei Musei Toscani per l’Alzheimer, il progetto Dance Well nato a Bassano del Grappa, e le esperienze che uniscono cultura e cura in decine di realtà tra musei, biblioteche e teatri. Un ecosistema vivace, che però ha un limite evidente.
Il nodo: un’Italia a due velocità
Il limite è geografico, ed è il punto che dovrebbe stare più a cuore a chi si occupa di tutela dei cittadini. La prescrizione sociale, nata per ridurre le disuguaglianze, rischia paradossalmente di ampliarle, perché le esperienze si concentrano dove i servizi culturali e sociali sono già più forti, cioè al Centro-Nord.
La prima indagine nazionale sul tema, condotta dal Cultural Welfare Center con la Fondazione Compagnia di San Paolo, ha censito centinaia di organizzazioni attive, ma con una distribuzione fortemente sbilanciata: il Nord-Ovest concentra una quota di iniziative molto superiore al suo peso demografico, mentre il Sud e le Isole restano largamente sotto-rappresentati rispetto alla popolazione che vi risiede.
È un divario che gli esperti denunciano senza mezzi termini:
“Manca un sistema. Cultura e salute in Italia fanno riferimento a venti repubbliche diverse, e c’è un grande problema di gradiente tra Nord e Sud. La Lombardia da sola ha tutte le biblioteche del Sud.” (Annalisa Cicerchia, economista della cultura, in VITA)
Da qui nasce una domanda che tocca direttamente i diritti dei cittadini: quali sono i livelli essenziali della cultura in un Paese in cui non tutti i Comuni hanno una biblioteca? Se la cultura entra a pieno titolo tra gli strumenti di cura, allora l’accesso alla cultura diventa una questione di equità sanitaria, non solo di offerta culturale. E un cittadino siciliano o calabrese non può avere meno diritto alla salute di un cittadino lombardo.
La posizione di Consumerismo
Per un’associazione di consumatori e utenti, la prescrizione sociale non è un tema lontano. È anzi il terreno in cui si incontrano tre battaglie che ci riguardano da vicino: la tutela delle persone più fragili, che sono anche gli utenti più esposti nel rapporto con i servizi; la riduzione delle disuguaglianze territoriali, che nel Mezzogiorno e in Sicilia pesano più che altrove; e il diritto di tutti ad accedere in modo equo ai servizi che migliorano la qualità della vita.
Il riconoscimento istituzionale arrivato nel 2025 e nel 2026 è una buona notizia. Ma perché non resti sulla carta serve che le risorse e le sperimentazioni raggiungano davvero i territori oggi meno presidiati, e che attorno al modello si costruisca un’alleanza ampia, tra istituzioni sanitarie, mondo della cultura, enti locali e Terzo Settore. Consumerismo intende seguire questo percorso e farsi voce, in particolare in Sicilia, perché la salute di prossimità non diventi l’ennesimo diritto a geometria variabile.