AI Week 2025 a Milano: Intelligenza Artificiale, Lavoro e Tutela del Consumatore
di Luca Simeone, Delegato Territoriale Provincia di Monza e Brianza
Il nostro Delegato Territoriale per la Provincia di Monza e Brianza, Luca Simeone, ha partecipato all’AI Week 2026 di Milano — l’evento di riferimento europeo sull’intelligenza artificiale. Vi proponiamo il suo resoconto diretto, che restituisce in modo accessibile ciò che sta accadendo davvero in questo settore: non solo sul piano tecnologico, ma soprattutto sul piano dei diritti e della tutela delle persone.
Un evento europeo di riferimento
Il 19 e 20 maggio 2026 si è tenuta a Milano, presso il Polo Fieristico di Rho, l’AI Week, definita orgogliosamente “The European #1 Artificial Intelligence Event”: due giornate dense di interventi, dibattiti e dimostrazioni pratiche che hanno portato sul palco imprenditori, ricercatori, manager e divulgatori da tutta Europa. Un’occasione preziosa per fare il punto su dove siamo arrivati — e, soprattutto, dove stiamo andando — nel rapporto tra intelligenza artificiale, economia e società.
Il mondo sta cambiando: agenti, robot e casi d’uso reali
Tra i temi centrali dell’evento, quello degli ambienti agentici ha suscitato grande attenzione. Non si parla più solo di chatbot o assistenti testuali: l’AI oggi è in grado di agire autonomamente, eseguire sequenze di operazioni complesse, interagire con sistemi esterni e prendere microdecisioni in tempo reale. I cosiddetti agenti AI possono leggere documenti, interrogare database, generare report e avviare processi — tutto senza intervento umano diretto.
Sul fronte della robotica, le dimostrazioni in fiera hanno mostrato robot collaborativi capaci di operare accanto agli esseri umani in ambienti industriali e logistici, con livelli di adattabilità impensabili fino a pochi anni fa.
Particolarmente significativi sono stati i casi d’uso reali presentati da aziende italiane e internazionali. Tra questi spicca l’esempio di Brembo, il celebre produttore bergamasco di sistemi frenanti, che in collaborazione con Alchemyx ha implementato soluzioni di AI generativa per accelerare la progettazione di componenti ad alte prestazioni, riducendo i tempi di sviluppo e aumentando la precisione ingegneristica. Un esempio concreto di come l’AI non sia fantascienza, ma uno strumento già operativo nelle filiere produttive del nostro territorio.
Tantissime le soluzioni AI in ambito Customer Care, agenti a supporto degli operatori, efficientamento dei processi industriali, soprattutto nel settore delle utilities, ma anche consumatori che sempre più spesso si aiutano con l’AI per controllo fatture, supporto tecnico e interpretazione dei dati.
I tre paradigmi del software: dove siamo oggi
Una delle relazioni più stimolanti è stata quella di Giada Franceschini di Boosha AI, che ha ripreso il modello elaborato dal ricercatore Andrej Karpathy per descrivere l’evoluzione del software in tre fasi coesistenti:
- Software 1.0: il codice scritto da programmatori umani che istruisce direttamente il computer.
- Software 2.0: le reti neurali, in cui il comportamento del programma emerge dall’addestramento su grandi quantità di dati.
- Software 3.0: i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), programmabili attraverso istruzioni in linguaggio naturale — i cosiddetti prompt.
Il punto cruciale, sottolineato con forza dalla relatrice, è che questi tre paradigmi non si sostituiscono a vicenda: oggi coesistono, e chi governa un’organizzazione deve essere in grado di gestirli insieme.
AI e tutela dei lavoratori: un tema urgente
Se il mondo delle imprese guarda all’AI con entusiasmo crescente, il panorama è ben diverso tra i cittadini. Secondo dati recenti, il 77% degli italiani percepisce l’intelligenza artificiale come una minaccia — alla propria occupazione, alla propria privacy, all’equità delle decisioni che li riguardano. Una diffidenza comprensibile, che le associazioni di tutela dei consumatori hanno il dovere di intercettare e trasformare in consapevolezza.
All’AI Week questo tema è emerso con chiarezza: l’adozione massiva di sistemi autonomi pone domande concrete e urgenti. Chi risponde quando un algoritmo nega un credito, rifiuta una polizza assicurativa o seleziona un curriculum? Come si tutela il consumatore di fronte a decisioni prese — o semplicemente suggerite — da un sistema che non sa spiegare il proprio ragionamento?
Il ruolo dell’uomo non sparisce: si specializza
Uno dei messaggi più importanti emersi dall’evento riguarda proprio il ruolo dell’essere umano nell’era degli agenti AI. Contrariamente a una narrazione semplicistica che contrappone “uomo vs. macchina”, i relatori più autorevoli hanno proposto una visione più articolata.
L’AI eccelle nell’automazione di compiti ripetitivi e ben definiti. Ma l’orchestrazione — ovvero la capacità di coordinare più sistemi, definire priorità, gestire eccezioni e garantire la coerenza dell’insieme — rimane responsabilità umana. Lo stesso vale per il decision making nelle situazioni ambigue, ad alto rischio o eticamente complesse: nessun agente, per quanto sofisticato, può sostituire il giudizio umano laddove sono in gioco valori, responsabilità e conseguenze sociali.
Giada Franceschini ha illustrato con esempi pratici come le organizzazioni stiano imparando a costruire questo equilibrio. Tra questi, una skill denominata `/controllo-fattura*, capace di leggere automaticamente un documento contabile e verificarne la correttezza formale — dati anagrafici, aliquota IVA, totali, numero progressivo — segnalando le anomalie in modo chiaro. Il controllo diventa così più affidabile e ripetibile, eliminando la cosiddetta “variabilità della stanchezza” umana nei compiti routinari.
Altrettanto interessante l’esempio di una routine amministrativa mensile: a fine mese, il sistema legge automaticamente i documenti contabili ricevuti, genera una tabella con i casi da verificare e la salva nella cartella condivisa. Quando il team si riunisce, il lavoro preparatorio è già fatto. Il tempo speso a preparare l’informazione si azzera; il tempo speso a decidere aumenta di valore.
Governance dell’AI: non basta “un umano nel loop”
Uno degli spunti più profondi dell’evento ha riguardato il concetto di human in the loop, spesso citato come garanzia sufficiente di supervisione umana dei sistemi AI. I relatori hanno sfidato questa semplificazione: non basta tenere un essere umano nel processo se quell’essere umano non ha gli strumenti, le competenze e il tempo per esercitare un giudizio reale.
La proposta concreta è quella di ridisegnare il lavoro attorno a tre ruoli distinti, elaborati dal ricercatore Chris Lovejoy:
- Oracle: chi conosce il dominio e sa cosa è giusto in quel contesto specifico.
- Evaluator: chi misura la qualità dell’output dell’AI, definisce soglie di accettabilità e campiona i casi da controllare.
- Architect: chi progetta i loop di feedback e miglioramento continuo del sistema.
Non si formano utenti generici. Si costruiscono ruoli di giudizio. E il giudizio, come ha ricordato la relatrice, si costruisce sul lavoro reale — non in un’aula astratta.
Autonomia graduale, non autonomia totale
Un ultimo elemento degno di nota per chi si occupa di diritti dei consumatori è il principio della costruzione graduale dell’autonomia agentiva. I sistemi AI non dovrebbero essere messi in produzione con piena autonomia fin dal primo giorno. Il modello presentato prevede tre fasi progressive:
- Shadow mode: l’agente osserva ma non agisce; le sue proposte vengono valutate senza conseguenze reali.
- Advisory mode: l’agente suggerisce, l’umano decide e firma.
- Autonomia controllata: l’agente agisce entro classi di operazioni ben definite, con limiti chiari e diritti di audit.
Un principio di buon senso che dovrebbe diventare standard di mercato — e, auspicabilmente, oggetto di regolamentazione europea.
Conclusione
L’AI Week di Milano ha confermato che l’intelligenza artificiale non è più un fenomeno di nicchia né una promessa futura: è una realtà presente, con impatti profondi su lavoro, economia e vita quotidiana. Per le associazioni di tutela dei consumatori, il compito non è demonizzare la tecnologia né accettarla acriticamente, ma presidiare la transizione: chiedere trasparenza, esigere responsabilità, formare i cittadini e contribuire alla costruzione di un quadro regolatorio che metta al centro la dignità e i diritti delle persone.
Saremo presenti, come sempre, a difendere questo spazio.
La voce del consumatore nell’era dell’AI
Leggendo il racconto di Luca, una cosa colpisce più di tutte: l’AI non sta arrivando. È già qui. Ed è già dentro le bollette che riceviamo, nelle risposte automatizzate dei call center, nelle decisioni di credito che ci riguardano, negli algoritmi che filtrano le nostre richieste di assistenza.
Il dato che il 77% degli italiani percepisca l’intelligenza artificiale come una minaccia non è un dato di ignoranza: è un dato di esperienza. Chi ha aspettato quarantacinque minuti al telefono per un conguaglio sbagliato generato in automatico sa già cosa significa essere consumatore nell’era degli algoritmi. Chi ha ricevuto una risposta preconfezionata da un bot su un reclamo urgente conosce di persona la differenza tra efficienza del sistema e tutela della persona.
Ecco perché il lavoro di presidio che facciamo come associazione acquisisce oggi un significato nuovo. Non si tratta solo di gestire reclami: si tratta di essere presenti nei luoghi dove si decide come l’AI viene usata — e con quali limiti. Di chiedere che i principi di trasparenza, contestabilità e responsabilità non rimangano belle parole nei convegni, ma diventino diritti esigibili per ogni persona che interagisce con un sistema automatizzato.
Il consumatore del 2026 non ha bisogno di capire come funziona un modello linguistico. Ha bisogno di sapere chi risponde quando qualcosa va storto. E Consumerismo No Profit è lì per essere quella risposta.


